Udite udite, una bufera di è scatenata contro la procedura di privatizzazione dell’aeroporto di Catania.I dormienti si sono improvvisamente risvegliati e, fra chi ancora sbadiglia, e chi si cosparge il capo di cenere, un turbillon di minchiate macchia il pensiero semplice semplice che sta alla base dell’operazione. Vendere per realizzare entrate ed abbandonare la nave che non affonda ma che non si riesce a governare. Dopo di me il diluvio disse Louis XIV, e dopo l’attuale governance nominata dal pubblico non dovrà essercene un’altra che potrebbe evidenziare le manchevolezze della precedente o esserne migliore.
Lasciare il campo libero ai capitalisti significa anche trasferire all’I.N.P.S., e quindi su tutti noi, le garanzie previdenziali ed assistenziali dei lavoratori dell’aeroporto fino ad oggi a carico di CAMCOM), poco male se si trasferiscono anche i guadagni: una governance che fino ad oggi ha sempre avuto bisogno del padrino politico per essere riconfermata, domani non ne avrà più bisogno, passando nelle mani dei nuovi padroni il proprio guinzaglio ed ambendo a continuare a ricoprire incarichi sine die alla faccia di qualche giornale di inchiesta.
Veramente crediamo che la privatizzazione provocherà il repulisti di pluriennali burocrati?
L’unico repulisti potrà riguardare i circa 1000 dipendenti fra SAC SpA e SAC Service SpA, che passeranno dalla subordinazione a quello che era pur sempre un datore di lavoro ad esclusivo capitale pubblico (cd. organismo di diritto pubblico) ad una subordinazione ad una gerarchia privata che avrà come unico obiettivo la massimizzazione del profitto.
Veramente incredibile leggere nell’avviso per manifestazione di interesse all’acquisto che per partecipare occorre dimostrare un fatturato di almeno 150.000.000,00 di euro annui nell’ultimo triennio quando SAC SpA ha fatturato € 113.670.802,00 (dato 2024) mentre SAC Service SpA ha fatturato di € 26.956.855,00 (dato 2024) e tutte e due assieme non arrivano al limite prefissato per gli altri.
Una vera e propria confessione di inferiorità.
I confronti fra l’aeroporto di Bologna e quello di Catania, così cari a chi si è appassionato alla boutade, non hanno mai evidenziato che il primo è quotato in borsa il secondo no.
Una quisquiglia non da poco.
Esatto, l’aeroporto di Bologna, tanto citato per avere una composizione sociale simile a quello etneo, è quotato in borsa, fa utili che divide agli azionisti e può emettere azioni privilegiate ed azioni di risparmio con le quali finanziare quegli investimenti che gli attuali possessori del patrimonio azionario ordinario hanno dichiarato di non potere, forse non volere, elargire.
A Bologna le azioni possono essere acquistate da investitori che credono nella bontà del progetto, a cui, comunque, non viene consentito di avere una quota di controllo che è e deve restare in mano pubblica. Un esempio di public company sconosciuta, anzi avversata a Catania, dove si riesce al massimo a progettare la vendita dell’intero pacchetto azionario con buona pace di tutti. A pensare male si fa peccato ma non si sbaglia diceva un grande politico italiano ormai dimenticato ai più, ma comprare una ciabatta dai cinesi forse non è stata una casualità ma un casus belli.
Fare la voce grossa contro la governance potrebbe essere stata una recita, peraltro malriuscita, visto il mascariato retro-font. Come sempre, non si tiene mai in conto degli interessi pubblici, del mantenimento dei livelli occupazionali, dell’orgoglio di essere proprietari di qualcosa che funziona e può continuare a funzionare senza regali ai privati.
Come sempre vogliono farci apparire non meridionali di fatto ma meridionali di costume.
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