A Catania, quando mancano gli strumenti per garantire la sicurezza, la soluzione sembra essere sempre la stessa: vietare. E, in alcuni casi, con il rischio di comprimere alcuni diritti.
Alla carenza di organico si risponde con chiusure e restrizioni. Ne sanno qualcosa i commercianti e gli esercenti di Piazza Federico di Svevia, già messi a dura prova da provvedimenti precedenti. E visto che l’estate porta con sé turisti, movida ed eventi, perché non replicare quella che appare ormai una linea amministrativa consolidata?
Vi ricordate l’ordinanza che limitava persino i residenti durante i fuochi di Sant’Agata? Bene. Il sindaco replica quel “successo” con un nuovo provvedimento che solleva più di un interrogativo sulla sua tenuta giuridica.
Con l’ordinanza n.39 del 9 giugno 2026, infatti, viene vietata su tutto il territorio comunale la vendita da asporto di bevande in contenitori di vetro, plastica e lattine, dalle ore 22 alle ore 7, fino al 31 ottobre. Non solo nelle zone della movida o ad alto rischio, ma ovunque. Anche nel chiosco più sperduto della periferia. Il risultato? Se qualcuno viene trovato con un semplice Tamarindo in mano, rischia sanzioni amministrative rilevanti.
La misura affonda le sue basi giuridiche nell’art. 50, comma 5 del D.Lgs. 267/2000, che attribuisce al sindaco poteri straordinari attraverso ordinanze contingibili e urgenti per fronteggiare emergenze sanitarie o gravi pericoli per l’incolumità pubblica. A questo si aggiungono richiami alla Legge 689/1981 e all’art. 650 del Codice Penale italiano.
Il punto centrale è che queste norme nascono per eventi eccezionali, imprevedibili e limitati nel tempo. Situazioni straordinarie, non ordinarie. E invece qui vengono utilizzate per gestire fenomeni del tutto prevedibili: l’estate, la movida, il turismo. Nessuna calamità naturale. Nessuna emergenza sanitaria. Nessun evento imprevisto.Solo la normalità di una città che vive.
E allora nasce il dubbio: è corretto utilizzare uno strumento emergenziale per governare la quotidianità?Non è l’unica criticità. L’ordinanza vieta l’asporto, ma consente la somministrazione ai tavoli. Tradotto: è possibile consumare anche bevande alcoliche all’interno dei locali o nei dehors autorizzati, mentre viene limitato il consumo all’esterno.
E allora la domanda è inevitabile: perché una bevanda da asporto dovrebbe essere considerata più rischiosa rispetto a una consumata al tavolo? Si tratta davvero di una misura strettamente necessaria per la sicurezza o di una scelta che incide in modo differenziato sulle varie attività economiche?
Inoltre, il divieto è generalizzato: riguarda tutta la città, senza distinzione tra aree a maggiore o minore criticità, e ha una durata di diversi mesi. Un’estensione così ampia potrebbe sollevare questioni rispetto ai principi di proporzionalità e ragionevolezza che dovrebbero guidare l’azione amministrativa.
Anche la motivazione appare piuttosto ampia: si fa riferimento a rischi generici legati all’uso di contenitori e al consumo di alcolici, senza un richiamo puntuale a dati o episodi specifici. Nel diritto amministrativo, questo aspetto può incidere sulla solidità complessiva del provvedimento.
In sintesi, ci troviamo davanti a una misura che appare:
- straordinaria, ma applicata a un contesto ordinario
- generalizzata, ma priva di distinzioni territoriali
- restrittiva, ma non chiaramente calibrata su situazioni specifiche
Una combinazione che merita attenzione.
Perché se ogni problema viene affrontato con divieti sempre più ampi, il rischio è quello di trasformare la gestione della città in una continua emergenza, dove alcune libertà vengono progressivamente limitate. A questo punto, sarebbe auspicabile che cittadini, associazioni e operatori economici valutassero la possibilità di ricorrere al TAR per verificare la legittimità del provvedimento.
E soprattutto, viene da chiedersi: dov’è il Consiglio Comunale?
Perché se il sindaco governa a colpi di ordinanza, il ruolo di controllo e indirizzo politico dei consiglieri non può venire meno. E invece, troppo spesso, sembra ridursi a una presenza marginale. In una democrazia, i poteri devono bilanciarsi. Sempre. Altrimenti, più che amministrare una città, si rischia di governarla come un sistema privo di adeguati contrappesi.


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