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Cronaca

Necrofili al cimitero di Catania: un fatto di cronaca e una novella dell’orrore

In Sicilia c’è un detto: cumannari è megghiu ca’ futtiri. Eppure dalle indagini degli investigatori scopriamo che chi comanda a Catania, il clan Santapaola-Ercolano, ama futtiri i morti.

Questa perversione nasce nella mente del clan in maniera spontanea. Qualche visita di cortesia al cimitero per i propri defunti, ed è subito amore per i defunti di tutti. Tra le tombe i mafiosi vedono molta gente affaccendata: giardinieri, custodi, muratori, fiorai, pompe funebri, e chi più ne ha, più ne metta. Nel cimitero scoprono una città in miniatura, con strade interne da dover asfaltare e straordinarie palazzine piene di monolocali, chiamati loculi, da poter affittare. C’è tanto da lavorare e da guadagnare in un cimitero, e ai mafiosi piace guadagnare. Il denaro è potere, e se i morti possono diventare denaro, preferiscono farsela con i morti che con i vivi.

L’individuo sano, si sa, sarebbe assolutamente contrario ad avere rapporti così intimi con un cadavere, ma non i membri dei clan catanesi. Per poter soddisfare però questa loro perversione, i Santapaola-Ercolano sono costretti ad avere rapporti amorosi anche con un’altra tipologia di carcassa in avanzato stato di putrefazione: il cadavere politico.

Quest’ultimo è il corpo inanimato peggiore che la città si ritrova. Ogni morticino del cimitero ha infatti almeno un parente che lo ricorda con affetto, mentre il cadavere politico riceve solo disprezzo da tutta la cittadinanza. Ogni nostro nonno è riuscito a far sbocciare un fiore sul prato dove dorme, mentre il cadavere politico riesce solo a produrre colate di cemento dove prima vi erano alberi e verde. Ogni persona che è andata a miglior vita sta ferma e in pace al suo posto, mentre il cadavere politico è sempre in movimento e lo ritrovi in tutte le foto, in tutte le inaugurazioni, in tutte le indagini.

Il cadavere politico sa di non poter arrivare al Consiglio Comunale o all’Ars, perché elettoralmente morto, e cerca affamato i voti come un vampiro il sangue. Dall’altra parte il mafioso scalpita per potersi intrufolare dentro il cimitero, in preda a una passione morbosa degna dei più decadenti poeti francesi dell’ottocento. Per soddisfare questa voglia il mafioso è disposto a indossare le vesti dello scienziato pazzo, e a iniettare pacchetti di voti nel cadavere politico. “Si può fare!” urla il mafioso in preda alla follia, mentre il politico prima inanimato torna a muoversi come nel Frankenstein di Mary Shelley. “Ha la parvenza di una coscienza umana” osserva un giornalista, “mi disgusta” dice il normale cittadino, “è un abominio contro Dio!” grida l’uomo di chiesa. Il mostro è eletto al Consiglio Comunale. Se il rituale è andato a buon fine, la creatura può diventare in futuro anche Presidente del Consiglio Comunale, Sindaco, Deputato, Presidente! Riportato in vita, l’essere darà le chiavi dei tri canceddi ai membri della cosca, suggellando il patto con il demonio. Ora i mafiosi sono dentro al cimitero a soddisfare le loro turpi libidini.

Tuttavia la colpa del clan di fronte all’armoniosa natura è doppia. Da una parte profana i corpi dei nostri cari sepolti, intrattenendo macabri rapporti con la fu nonna Carmela, con il compianto zio Turi e con la bonanima di mbare Tano. Dall’altra parte si abbassa a copulare con quei cadaveri politici che privi dell’appoggio mafioso sarebbero belli che sepolti.

Ma i morti hanno una caratteristica in grado di esercitare un fascino irresistibile per i clan: stanno sempre zitti. Non è mai capitato che un morto si opponesse a un sopruso, e mai un morto è diventato un collaboratore di giustizia o ha denunciato un’estorsione. Il morto non alza mai la testa, non muove mai un muscolo.

E se pur un osservatore superficiale potrebbe classificare semplicisticamente questi mafiosi come dei pervertiti, noi vogliamo andare più in fondo nella loro natura. Essi vivono rintanati in buchi nascosti dentro i muri, al buio, come i topi che rosicchiano le salme. Devono restare sempre in silenzio, rinunciare alle forme più semplici di gioia e sentire ogni giorno il fetore della morte. La loro non è vita. A furia di stare in così stretta intimità con i morti, iniziano a essere simili a loro.

Abbiamo allora nella nostra città ben quattro tipologie differenti di morti, alla faccia di Romero. La prima è quella più bella e pura, che risiede al cimitero, e che non viene mai lasciata in pace. La seconda è la più umiliante, il cadavere politico disposto a vendere ogni briciolo della propria dignità per un voto e un pezzetto di potere. La terza è la più tragica, quella del mafioso nato nostro concittadino, e costretto a comportarsi come un necrofilo fino ad assomigliare ai cadaveri che frequenta. La quarta tipologia di morti è la più numerosa e insignificante, cioè noi cittadini catanesi. Perché come un morto stiamo sempre zitti di fronte alla violenza del più forte, sempre ciechi davanti all’ingiustizia commessa dal più potente, e sempre sordi alla richiesta di aiuto del più debole.

Allora in una città talmente piena di macabri cadaveri, vogliamo terminare questo pensiero con un augurio da racconto gotico. Un giorno, a Catania, i morti torneranno in vita e saranno in grado di parlare, vedere e ascoltare.

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