Quando nell’ottocento Proudhon scrisse il proprio saggio “Filosofia della miseria”, Marx gli rispose subito, in aperta polemica, con il suo “Miseria della Filosofia”.
Oggi, con una semplice operazione di sostituzione, viene bene da parlare della “Politica della miseria”, che non c’è, e di “Miseria della politica” che, invece, abbonda.
La politica, secondo la definizione riconducibile a memoria al Prof. Franco Cazzola, recentemente scomparso, è la distribuzione imperativa dei valori.
Cosa vuol dire? Che è la politica che stabilisce quali siano i valori da privilegiare e quali quelli da sconsiderare.
Tasponiamo tale definizione alla situazione locale attuale.
La politica locale, nella sua manifestazione di amministrazione attiva (Sindaco, Assessori e Dirigenti), considera valori da privilegiare l’equilibrio finanziario, manco se il comune fosse una azienda che produce e vende beni voluttuari, la chiusura di intere piazze, che sono lì da sempre e piene zeppe di cittadini che vi sono nati e cresciuti, la realizzazione di piste ciclabili, manco che Catania fosse in pianura padana come Reggio nell’Emilia, la turistificazione, quando Catania una volta, per la vocazione imprenditoriale, era considerata la Milano del sud, la raccolta differenziata porta a porta dei rifiuti, evidente fallimento che incrementa la sporcizia, l’identificazione degli ambulanti abusivi, che sono il male minore e che soddisfano la domanda di chi ha meno possibilità economiche, la realizzazione di un numero sterminato ed indefinito di parcheggi a pagamento, che rende privato ciò che è pubblico, la diminuzione delle linee del servizio pubblico urbano, manco se per Librino passasse una corsa ogni cinque minuti, e quant’altro.
Apparentemente, le cose sopra descritte parrebbero essere assolutamente da condividere, idealmente vanno verso il miglioramento della città, ma ciò potrebbe avvenire laddove ci sia stato uno scarto culturale frutto di decenni di esempi, in cui ci si abitua all’ordine, in cui i servizi pubblici funzionano efficacemente, in cui il grado di agiatezza è sopra la soglia di povertà, in cui la cultura di base è ben diversa.
Ma pretenderlo d’ambleè non è razionale. Pretendere di cambiare una città dall’oggi al domani è fantasia se non mera crudeltà. Fare ciò porta solo conflitto sociale.
Quella descritta invece è una politica che non si occupa della miseria, sia essa nella forma di povertà economica sia in quella di povertà culturale.
Ecco che allora una sparuta minoranza di “nobili”, o se preferite “notabili” dai colletti bianchi (di cui il sociologo Merton ne ha studiato il white-collar crime), ritiene di vedere la Città non come è davvero, ma in maniera ideale come vorrebbe che fosse, secondo una valutazione assolutamente soggettiva che pensa a Copenaghen piuttosto che ad Amsterdam, che non si occupa della miseria, dimostrando a sé stessa di essere misera solo lei.
Difatti, è incontrovertibile che non ci troviamo innanzi alla politica della miseria, in cui si cerca, come ogni amministratore della cosa pubblica dovrebbe fare nel rispetto del proprio ruolo di rappresentante della collettività di riferimento, di aiutare chi resta indietro, chi ha meno possibilità economiche e culturali, chi non riesce nemmeno a sbarcare il lunario, ma siamo invece in una fase di miseria della politica in cui pochissimi imperano sul novantanovepercento della popolazione cercando di inculcare il proprio credo a chi, prima di tutto, ha il problema di sopravvivere lui/lei ed i propri cari e non ha avuto la forza, o forse la ventura, di migliorarsi culturalmente per cambiare il proprio status.
Anche sulla definizione agevolata dei debiti da tributi locali si rallenta, si puntano i piedi, non sia mai che la popolazione in difficoltà riceva un aiuto!
Poi qualcuno “sbenta” qualche concorrente di trasmissioni nazionali che si porge con assoluta spontaneità dando una rappresentazione di Catania che fa scandalizzare i perbenisti, ma che, in vero, è quella più vicina al reale, che non è quella dei salotti buoni della città ma quella dei quartieri storici in cui i catanesi sono nati e cresciuti, nella descrizione che abbiamo già fatto della repubblica federale di Catania.
Una volta il parcheggiatore abusivo ti custodiva l’auto, ti faceva manovra per posteggiare correttamente, gli si lasciavano persino le chiavi per spostarla se momentaneamente non c’era posto, la teneva d’occhio senza limite di tempo e non era considerato un estorsore. Oggi negli stalli a pagamento paghi ad ore, profumatamente, anche se è davanti alla tua residenza, e non hai nessuna forma di servizio.
Una volta l’ambulante, anche abusivo, consentiva, a chi non aveva risorse economiche sufficienti, di acquistare prodotti alimentari a basso prezzo. Oggi si dice che fanno concorrenza sleale a chi è in regola, ma da chi è in regola vanno coloro che se lo possono permettere e non i poveri.
Hanno eliminato le valvole di sfogo sociale con le quali si ammetteva ciò che non era particolarmente dannoso, al pari dei fuochi di artificio che, se sparati per capodanno, erano ammessi.
Questa non è politica della miseria, ma miseria della politica che premia chi non ne ha bisogno e punisce chi ha bisogno.
Altro che Catania è Casa: di chi? Non di tutti i catanesi. Forse solo di quelli che hanno le ville e pensano che non esistano le case popolari o i bassi dei quartieri storici.
E poi, alla fine, per che cosa? Per riparlare di dissesto finanziario!
Ben venga il richiesto prolungamento del dissesto finanziario se le risorse fossero state spese per aiutare la povera gente, ma dopo anni di salassi, di TARI ai livelli massimi, di sanzioni amministrative per ogni cosa, di pignoramenti anche a chi ha pagato, di DASPO a poveri parcheggiatori abusivi, di sequestri di merce ad ambulanti che per recuperare il danno devono lavorare almeno due settimane gratis, di multe per strisce blu “a go-go”, di autovelox non omologati, di T-RED che ti multano se oltrepassi la linea semaforica di qualche centimetro, di recente zona trenta in cui devi circolare con il piede sul freno e sei superato dai moscerini, di Z.T.L. ed A.P., in cui non possono circolare nemmeno i disabili, di chiusura di piazze storiche rese veri e propri deserti, di autobus urbani le cui ultime corse serali non vanno oltre le 20: dopo anni di tutto ciò parlare di dissesto, o meglio, leggerne le comunicazioni ufficiali dell’ufficio preposto, che non risponde agli elettori in quella dirigentocrazia di cui abbiamo già parlato, non di un passante o di un blogger, non è accettabile. Anzi è un vero e proprio scandalo che dovrebbe fare rizzare i capelli anche ai calvi.
E’ come dire fate sacrifici che poi… ve ne faremo fare ancora e di peggiori e più a lungo.
Allora è chiara la miseria della politica locale, imbevuta di perbenismo, di vittimismo con cui si dà la colpa ai cittadini incivili, ma piena di disinteresse e sconsiderazione per i più deboli, siano essi poveri, anziani, disabili, immigrati, emarginati, salvo poi gridare all’untore, che è sempre l’ultima ruota del carro che non ci salirà mai sopra.
Siamo nella miseria della politica e sicuramente non nella politica della miseria.
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